11 febbraio 2017

Il Cammino dei Briganti

Appunti di viaggio 2016

Il giorno prima

Cinque scalini, un bar. Cartoline attaccate alle mensole porta liquori ricordano i saluti da Firenze e Rimini in un "già visto" di lontana memoria. La musica di sottofondo ci ricorda che Pupo è ancora nei cuori di chi ascolta e ci serve un caffè. La piazza Centrale è gremita di bambini che, urlanti, giocano a nascondino fra le panchine invase da nonni con bastoni e occhiali scurissimi. 

Siamo a Sante Marie, un comune di 400 anime arroccato tra Grotte di Luppa e un Velino lontano e nebbioso che di agosto si ripopola di antichi abitanti che tornano a infoltire il pubblico e i fans di Pippo Franco e i Cugini di Campagna. Questi gli appuntamenti clou dell'estate Sanmariana. E' questa la partenza del nostro Cammino dei Briganti, un percorso ad anello che tocca gli antichi paesi sul confine dello Stato Pontificio che videro la vana resistenza all'Unità di pastori, contadini e montanari. Difendevano le loro proprietà e il lavoro in nome di una libertà che vedevano mano a mano scemare. Ma non avevano fatto i conti con il fatto che la storia non sarà mai scritta dai perdenti e il loro destino era scritto già alla nascita, a chiare lettere nel DNA.

Il nostro giro inizia da qui, con la convinzione che "lentius profondius soavius" è senza dubbio il miglior approccio.

 

 La partenza

Visto il caldo torrido delle giornate precedenti decidiamo per una partenza intelligente. La sveglia inizia il proprio noioso lamentio intorno alle 6,15. Un gallo poco distante ci da il suo personale buongiorno - ma annatevene affanculo va!!!  

Kimy alza la testa, guarda gli zaini e dice - ma sicuri sicuri? a li mortacci vostri. 

La contaminazione linguistica appare evidente da subito. Carichiamo gli zaini sulle spalle e ci prefissiamo la prima mèta: il bar in piazza per la colazione. Centocinquanta metri di pura fatica, tutta in piano. Decidiamo per l'altro bar, che ci mostra l'altra faccia del business. Luci al neon bianco, pulizia maniacale, bancone ipermoderno ma il cornetto scaldato al microonde ha lo stesso sapore, pure il caffè ha lo stesso aroma da caserma.

Dico - La prossima volta dobbiamo cambiare bar

Kimy mi risponde - abbello, guarda che i barre so' finiti

L'integrazione linguistica assume tratti camaleontici, il gallo applaude.

Il percorso, su un tracciato segnalato alla grande, ci porta in boschi da favola. Un cinghiale sta litigando col branco sulla sconfitta della squadra del cuore, il falchetto volteggia alla ricerca di "lo so io cosa", il lupo mostra le sue impronte. Arrivare a fine tappa è un baleno. Maria della "Grande quercia" ci accoglie da mamma in un ambiente silenzioso e tranquillo come un utero al sesto mese. Kimi ci guarda di traverso e si lascia scappare - tutto qua? tutto sto casino pe' sta sgambatella? so' manco sudata so?

Mentre consumiamo una birretta nell'unico bar del paese che osserva un orario tutto particolare "ora ce so'" un vecchietto ci ricorda l'ammontare della pensione - Glie possino veni' na paralese!!!

Kimy prende appunti.

 


 

Il giorno dopo

Visto il successo del giorno precedente decidiamo per una partenza quanto più vicina all'alba: 6,30. Da lontano si sente un netto quanto inequivocabile - ma riandate affanculo va!!!
Kimy alza la testa, ci guarda e si lascia scappare un - e c'ha pure ragione c'ha

Veloce lavatura dei denti, ci colazionamo veloci, baci di rito e partenza. Il tragitto non fenomenale è alquanto monotono. L'unico diversico kimy che si tuffa in un fontanile e nuotando per qualche istante ci chiama - e daje su'.

Arriviamo a Valdevarri aquilano e ci rinfreschiamo con una birretta alla proloco, dove Valentina ci accoglie con le dovute gentilezze. Dopo un altro kilometro arriviamo a Valdevarri reatino dove un eclettico Roberto e la moglie Elisabetta ci fanno gli onori di casa con un calore tutto particolare. 

Qui siamo nel cuore pensante dei Briganti, una fucina di idee ci travolge con un impeto come solo i montanari di livello sanno fare. Roberto ci svela i suoi sogni, i suoi progetti che noi per rispetto non sveliamo, staremo alla finestra per poter poi applaudire.

Pernottiamo in un pied-à-terre di un noto giornalista romano il cui nome rimane segreto, ma dalle foto si capisce benissimo.


Terza tappa
Percorso lunghissimo con previsioni meteo allucinanti: caldo sahariano.

Stessa partenza, stesso orario. La sveglia suona. Rimaniamo con le orecchie dritte ad ascoltare il gallo. Niente. Kimi si alza e dice - e se non ve ce manna lui, ve ce manno io eccheccazzo!!!
Passiamo il paesino di Poggiovalle, 50 anime, e Villerose , anche meno. Qui, sulla salita del campeggio, incontriamo altri due Briganti: Marco e Giorgia. Con loro riusciamo a perderci due volte, per loro sono già quattro, per noi portano sfiga.

A Spedino ci fermiamo per un pranzo lento al Bar Duchessa dove riusciamo a fregare il tavolo a quattro pensionati che, già in attesa dal mattino di poter giocare a tresette, ci hanno maledetto sommessamente. Quando dopo il pranzo ci siamo fatti pure una penichella del sommessamente se ne sono proprio dimenticati. Dopo un paio di ore di viandanza Borgo Cartore ci ha accolto in una foresta da brividi.


Lago Duchessa

Colazione prenotata per le 8.00 Kimy ringrazia. Pane, marmellata, dolci fatti in casa e ricco caffè. Le previsioni del tempo sconsigliano qualsiasi movimento. Anna e Marco del Bed and Breakfast "Anna e Marco" ci consigliano di tornare a letto. Noi ringraziamo ma non possiamo rinunciare, troppa storia su quel lago, troppi ricordi in quelle foto.
Salutiamo Marco e Giorgia augurandogli lunga vita da cavadenti di provincia, indossiamo gli zaini e cominciamo a salire. 

I tuoni e i fulmini iniziano le danze già una mezz'ora dopo. A metà del cammino le prime gocce sembrano sussurrare - ma allora siete de coccio!
Cinque minuti dopo si scatena l'inferno. Acqua, grandine e un vento ghiaccio come la verità ci investono dentro la foresta. Ci fermiamo un attimo sotto una pianta per gustarci con calma la portata dell'immensa cazzata che abbiamo fatto. Kimy sotto le gambe si ripara la testa e sussurra - nun ce volevo veni', nun ce volevo veni'

Decidiamo di muovere passi incerti verso la vetta, dietro la curva la salvezza. Una piccola grotta riparata ci accoglie tutti e tre, stretti come acciughe ma almeno speranzosi per la vecchiaia imminente. Dio c'è. 

Arriviamo in vetta con mezz'ora di ritardo sulla tabella. Cavalli, vacche e pecore pascolano su altipiani erbosi e umidi. Roberto il pastore ci regala una forma di pecorino. Ha quaranta anni, da trentaquattro lavora quassù. Ci racconta delle lunghe notti in case di pietra, delle lotte per mungere le pecore più cattive, le interviste a suo padre il pastore più vecchio della zona, ci parla di sè, l'ultimo dei pastori, dice che resisterà. Dietro di lui solo assenza e silenzio, soprattutto dello stato e della Politica. Gli promettiamo che torneremo. Torniamo alla base un poco tristi ripensando alle sue parole, alla sua solitudine, all'amore per un lavoro che non lascia figli nè superstiti.


Quinta tappa

Stessa ora, stessa partenza. Kimy è euforica
Salutiamo Marco di Anna e Marco domandandoci chi alla fine è Marco e chi Anna ma soprattutto se Lucio Dalla è passato di qua.
Il paesaggio è stupendo anche se un orto botanico devastato da infestanti fuori luogo ci toglie un po' il sorriso. Arriviamo a Passo Forcella e ci piazziamo davanti alla triade: Monte Rozza, Sevice e Velino. La visione è onirica, lunare, fantastica. Scendiamo verso Rosciolo e ci abbeveriamo in piazza centrale. Un anziano barbuto ci ferma e ci racconta dei suoi cammini, dei pellegrinaggi, delle sue viandanze, dei suoi amici. Kimy sbadiglia, è lei che detta i tempi, è ora di andare a riposare. Barbara dal fisico atletico e dal sorriso smagliante ci accoglie nelle sue camere con una simpatia folgorante. Ci sentiamo a casa



La più brutta

Sveglia alle 6,30, colazione alle 7. Barbara e Kimy all'unisono ci maledicono sommessamente - ve possino...
Discesa a Magliano e poi diritti verso Scurcola: monotonia pura in tintura madre. Ingurgitiamo quattro pizze, una fetta di dolce e un caffè, la barista ci parla della figlia in Toscana, una signora col cappello guarda gli zaini, quattro motociclisti studiano una mappa. Visitiamo la parte vecchia del paese e poi ci incamminiamo verso l'Agriturismo dei tristi. Di gran lunga la tappa più brutta e la più calda. 

L'accoglienza è come non te l'aspetti: facce tristi e mani molle. Non riusciamo a capire dove siamo capitati. Kimy abbaia e cerca di scappare, i piedi fanno male, gli zaini umidi e la vocina che ci dice che c'è tensione. Ci evitano, cercano di non parlarci, non gli stiamo simpatici. La cena troppo elaborata ci fa sentire al ristorante ed è un ristorante che non ci piace.


La più bella

La colazione pure. Kimy è dalle 6 che è sveglia e se ne vuole andare. I saluti di rito si sprecano per latitanza e la padrona di casa non esce nemmeno dalla cucina. Ci fanno riempire le borracce dalla fonte dei ciuchi. Ci incamminiamo a passo svelto e la vocina si rilassa un poco. Arriviamo a San Donato e dopo una salita da infarto fulminante inizia la parte più bella del nostro cammino insieme alla salita del Lago della duchessa. Un panorama mozzafiato, valli che si rincorrono con sfumature infinite di verde prato e bosco e di azzurro cielo da favola. I pascoli e le cacche ci accompagnano senza sosta. La mancanza di segni e di indicazioni è la parte più dilettantesca della tappa ma il professionismo del panorama ci fa dimenticare tutta l'incapacità umana.

Arriviamo a Scanzano per la pausa pranzo, tutto chiuso, bar compresi.
- Ma quando riapre? domandiamo
- A sapello, ci rispondono

L'ospitalità di nonna Cristina però ci riporta in una realtà familiare. Birra, caffè, sorrisi e chiacchiere si sprecano e tutto gratis anche. Ripartiamo esausti, sfiniti, sudati e appiccicosi.
Ci penserà zia Maria stasera a massaggiarci il cuore.
- Ce l'avete fatta allora?  
Kimy scodinzola, le si struscia alle gambe e dice - che dici ce li famo du spaghi al pomodoro?

5 marzo 2015

Tutta in bicicletta

Ricevo da Vanessa Gabelli


“Tutta in bicicletta” è un romanzo scritto in maniera delicata e lieve, pulito e schietto come solo un uomo di campagna avrebbe potuto scrivere. Le parole profumano del bucato della Palmira, di paesaggi toscani visti da una panchina un po’ sbertucciata e neanche troppo comoda, di strade sterrate per arrivare a Poggiagrilli, di paglia delle stalle dove volendo ci nascono anche i figlioli, di case contadine e di prosciutto sotto la cenere, di tavoli da biliardo e di poltroncine di velluto dove si studiano manuali di veterinaria accanto a Dante. Il linguaggio usato è privo di artificiosità, ma si dipana, in maniera scorrevole e chiara, senza alcuna sbavatura o forzatura, in maniera funzionale alla storia, sostenendola senza stravolgerla, ricorrendo al toscano alla bisogna e ritornando in punta di piedi all’italiano più lindo. “Tutta in bicicletta” è un romanzo percorso dall’ironia tipica toscana, ma più delicata, più aggraziata rispetto a quella becera e talvolta stonata a cui siamo abituati. Si sorride di cuore e con il cuore, in maniera gradevole e leggiadra. E’ scritto da un veterinario e si vede. E’ abitato da tanti animali che accompagnano a vario titolo le vite dei protagonisti di questa straordinaria saga familiare, e lo fanno in maniera complice e garbata: la gatta Ginger, il cane Pane, la mucca Serafina, i grossi vermi per la pesca delle anguille in Friuli e i maiali dell’allevamento dello zio Omero. Ognuno di loro è descritto in maniera amorevole solo come un uomo che abbia scelto come missione nella vita la cura degli animali sarebbe in grado di fare. I ricordi di Rodrigo e di Rachele si snodano in maniera anarchica, saltando tempo e spazio, ma questo non impedisce al lettore di seguire le fila della loro memoria a ricomporre un quadro che pur nella sua semplicità, costituisce la straordinaria e incredibile avventura della loro vita insieme, delle loro famiglie, dei loro fratelli, dei loro genitori e infine dei loro figli. Due soli, a mio parere, i personaggi che aggiungono poco alla storia ma che la attraversano in maniera quasi superflua: l’Ufficiale della Nato e il Barbone letterato, e forse non è un caso che ne venga fuori una triste rima baciata. Entrambi si siedono accanto a Rodrigo per affidargli fugacemente alcuni dei loro ricordi, ma questa non è la loro storia né il loro spazio e il loro inserimento appare un po’ forzato. Altro punto dove il testo soffre un po’ è, ahimé, quando don Guido, il prete, tenta di spiegare a Rodrigo i finti affreschi di Bruno dei Vespai, detto Pennello, dalla cui descrizione però emerge più che altro una lezioncina da catechismo un po’ pedante, ribadita più avanti nell’omelia al funerale di Boris. Quel Guido, però, mi pare ben ricollocato nel quadro e redento dalla colpa del tedio cattolico grazie a quella sacrosanta imprecazione alla maremma grossetana pronunciata nello sforzo di caricare in macchina la vecchia panchina da restaurare. Perché i toscani sono così, imprecano, anche da preti. “Tutta in bicicletta” è un romanzo scritto bene, con una struttura chiara e bella, forte e poetica, che lascia un senso di buono nelle immagini che produce, che non ostenta niente di più di quello che dà e che comunque è tanto ed è bene. E soprattutto ti suggerisce la migliore di tutte risposte ogni qualvolta qualcuno sbrigativamente ti dice “è troppo lungo da spiegare”, tu rispondigli “no, mio caro, è che sono troppo complicati loro”.

15 febbraio 2015

Gelo di De Giovanni



Intrighi di anime


Un giallo decisamente atipico questo Gelo (per i bastardi di Pizzofalcone) di Maurizio De Giovanni.
Un poliziesco dove la trama e la ricerca dell'assassino delle due vittime, peraltro fratello e sorella,  passa in secondo piano rispetto alla descrizione dei personaggi, alle loro storie,  ai loro intrighi interiori. 
E così mentre l'identità del truce killer può essere immediatamente presunta da un attento lettore, molta più attenzione e suspense attirano le vicende intime dei protagonisti, gli investigatori (bastardi) di Pizzofalcone.
Vicende personali di matrimoni falliti, perduti, risolti come incontri sul ring.
Storie di matrimoni sognati o mai realizzabili per incapacità di comunicazione o per paura di ferire,  preferendo un banale e semplice ' apparire' a un più impegnativo 'essere'. 
Fobie e fissazioni di presunti suicidatori creano incontri e amicizie risolutrici.
Alla fine il lettore sarà attirato più che all'epilogo delle indagini alla conclusione delle loro traversie interiori. 
L'incipit e il capitolo finale valgono da soli il prezzo di copertina.  Un inizio col botto,  un pugno allo stomaco che lascia senza fiato e un finale dove per ognuno traccia delle linee, dei punti focali del carattere che mi hanno lasciato spiazzato, indeciso e con una lacrima a bagnare le rughe. 
Un passo, nel capitolo finale, mi ha lasciato letteralmente senza parole:
Bisogna stare attenti al freddo. Perché il freddo, alla lunga, entra nelle ossa e si insinua nelle anime. 
E quando si insinua nelle anime, le cambia; secca le sorgenti del sorriso, riempe col ghiaccio i vuoti che prima consentivano di passeggiare sull'orlo dei sentimenti, incantandosi di fronte al panorama.  State attenti al freddo. 
Credo, senza ombra di dubbio, uno dei romanzi più belli che ho avuto il piacere di leggere. 
Teino
15 febbraio 2015

11 febbraio 2015

La spiaggia dei cuori malandati




La spiaggia dei cuori malandati




La mezza luna ingobbita a levante lanciava lame di luna argentata fra i passaggi di nuvole che con dignitosa fretta si rincorrevano sopra i pennoni delle barche che lente dondolavano nel porto.
La canoa gialla racchiudeva per due terzi il conducente curioso che spinto da antiche leggende pagaiava nel silenzio della notte.
La fase lunare calante, una leggera nuvolosità e un mezzo di locomozione assolutamente naturale erano le uniche prerogative possibili per avere la speranza di riuscire a trovare la “spiaggia dei cuori malandati”.
La leggenda, tramandata impassibile nei secoli dove guerre, invenzioni, letterati e conquistatori avevano fatto da padroni, parlava di una spiaggia piccola e nascosta agli occhi di insignificanti mortali e comuni passeggeri di vita e di mondo, e abitata da cuori feriti e malandati.
La luna in realtà era l’unico vero nocchiero e i suoi raggi gli unici indicatori.
La predisposizione d’animo, la canoa sospinta dalla sola propulsione umana l’unico mezzo per arrivarci.
Era partito dalla spiaggia di Salivoli a notte fonda svegliato da un sogno premonitore in cui un vento tiepido e silenzioso lo spingeva ad alzarsi, a muoversi per concludere, una volta per tutte,  la sua ricerca e soddisfare così una curiosità oramai proverbiale.
La canoa gialla solcava il mare piatto quasi sapesse la direzione, come guidata da un timoniere navigato che seguendo le stelle virava e strambava come la luna comandava.
Si accorse di essere vicino alla meta quando nel silenzio di quella misteriosa navigazione sentì, ovattati, una serie di piccoli rimbombi, di piccoli tonfi che le onde riflettevano come echi dispettose. La cadenza era irregolare ma continua, incessante e sembrò sempre più nitida man mano che la canoa si avvicinava alla meta.
La visione gli apparve improvvisamente dietro una punta ventosa e ululante.
La spiaggia piena all’inverosimile di puntini rossi palpitanti e invocanti sembrava come abitata da sirene che, per metà umani e per l’altra metà pesci, nell’impossibilità di avere una vita dignitosa, speravano in un miracolo umanitario, un qualcosa che gli desse dignità di esistenza.
Si poteva trovare di tutto, tutte le varietà di sconquasso cardiaco immaginabile.
Il cuore deluso senza ritorno accanto a quello speranzoso, il cuore tradito accanto a quello cattivo che vagava senza meta, il cuore in attesa di un cenno, il cuore sordo e poi ancora il cuore cieco.
In un angolo vicino alla roccia scoscesa un cuore in attesa di trapianto si teneva per mano a un cuore sano, guarito, scalpitante, diretto verso una cassa toracica implorante ossigeno.
Cuori visionari, cuori derelitti e senza speranza, cuori solitari e cuori irregolari battevano con ritmi fra loro diversi.
Cuori che si erano negati si fronteggiavano a cuori che avevano dato tutto se stessi, tutto l’amore di cui erano capaci.
Due file di boe rigorosamente rosse delimitavano lo spazio dedicato ai battelli che traghettavano cuori nuovi e malati in arrivo e caricavano cuori in partenza, cuori guariti, restaurati richiesti nella vita reale per una vita nuova, possibile, dignitosa, umana.
L’attività di trasporto era veloce, frenetica. L’avvicinarsi del novilunio avrebbe reso impossibile l’avvicinamento alla spiaggia e soprattutto ai cuori che come resi impazziti da un dolore acuto e penetrante e da una oscurità impenetrabile non avrebbero permesso nessun contatto. I lamenti e le crisi isteriche erano impossibili da sostenere a orecchie umane così come le maledizioni e le invocazioni potevano essere nefaste ad animi puri e innocenti.
Un cuore impavido, eluso il controllo, si avvicinò al canoista e gli porse un biglietto, un piccolo pezzo di carta. Si trattava di un messaggio scritto a mano, un messaggio per l’umanità, da divulgare immediatamente senza mettere tempo in mezzo. Un SOS da lanciare mediaticamente e ripetuto all’infinito, un mantra di assoluta urgenza.
Non ci fu altra scelta per il canoista che recarsi subito nella “valle dell’eco mediatica” e lanciare all’infinito la frase, il motto suggerito.

Con un urlo a pieni polmoni e scandendo parola per parola pronunciò quello che il cuore impavido gli aveva comandato: IL CUORE NON SI DA, IL CUORE NON SI RICEVE, IL CUORE SI CONQUISTA.

7 febbraio 2015

Tutta in bicicletta



La storia ruota intorno a una promessa. Dante, in punto di morte, chiede a Rodrigo, terzo dei suoi otto figli di esaudire l’ultimo sogno: riunire tutti i fratelli, figli e nipoti in una storica rimpatriata. Dopo la morte del vecchio, Rodrigo scrive la lettera di invito ma, per un misterioso fatto, rimane inascoltata. La speranza di poter organizzare la festa rimane sempre nel suo cuore ma la morte di un fratello arriva come la mannaia del boia sulla testa del condannato. La mattina del funerale Rodrigo si alza presto e sulla panchina davanti alla Chiesa con Ginger Roger, una gatta rossa dal carattere mite, rivede tutta la sua vita, e come in un puzzle inesorabile i ricordi riaffiorano. L'alluvione del ‘66 e i processi. L'innamoramento con la moglie, l'attaccamento con il suocero e i diverbi con il babbo. Il passaggio degli americani e i bombardamenti. La moto e le sue curve. La vita dei sette fratelli, dove per ognuno ripercorre aneddoti e vecchie storie. Alla fine, come per incanto, arriva la confessione che rimette ordine a una bufera emozionale. Una storia di altri tempi, non antichissima, dal vago sapore vintage ma che l'autore desidera non sia persa nel tempo. I proventi della vendita saranno interamente devoluti a un progetto di inserimento nel mondo del lavoro di giovani ragazze indiane abbandonate dalla famiglia. Tutte le notizie saranno inserite sul blog dell’autore “l’ora giusta per il tè” all’indirizzo: www.teino62.blogspot.it
Per ordini inviare mail a: lucataddei@alice.it

10 giugno 2014

Scrittrici e lettori

Pubblicato su Vibrisse di Giulio Mozzi
vi propongo un interessante racconto.
Dedicato a chi legge, a chi scrive e a chi
vorrebbe tanto farlo.



 

La formazione della scrittrice

 

Scrivo per necessità. Scrivo perché la parola scritta è stata per me un modo importante per capire e per esprimere quello che sentivo, vedevo e leggevo nella realtà, questo in sintesi, molto in sintesi.

Ero da bambina una timida speciale, patologicamente timida. Non mi andava di parlare, soprattutto non mi riusciva, se mi rivolgevano una domanda mi facevo rossa, balbettavo. Spesso ero silenziosa e malinconica, e ciò infastidiva i miei familiari, li metteva in imbarazzo, rispondi alla signora, mi dicevano, ma io muta non cedevo, ritenevo che mi rivolgessero domande alle quali non sapevo dare una risposta, gli adulti lo fanno spesso, mentre spesso i bambini si aspettano di sentirsi fare domande opportune e non del tutto idiote. Ti piace la scuola?, li mangi gli spinaci?, fai la brava? Avrei dovuto rispondere mentendo, e allora me ne stavo zitta, è fatta così, è tanto timida, ma è brava, si scusava mia madre.
Quel ma è brava mi infastidiva, mi faceva salire una rabbia al punto tale che avrei voluto farglielo rimangiare in qualche modo, ma non sapevo come. Non c’era modo di spiegarglielo, perché non trovavo le parole, le cercavo ma mi si asciugavano in gola, sulla lingua giungevano secche, polverizzate, sputavo quel che rimaneva in ritardo, nel momento sbagliato, quando avevano perso di significato.
Non so se sia per via del concetto di tempo che non mi era chiaro, ma fatto sta che dentro di me regnava una lentezza, ero sempre in ritardo ogni volta che dovevo spiegare, parlare, chiedere.


Cominciai invece a leggere molto presto, vedevo mia nonna passare ore sui libri nel pomeriggio, si trasferiva accanto alla finestra verso il tramonto per non accendere la luce, ché si consuma, diceva. Ricordo che la guardavo e le invidiavo quel suo mondo in cui si rifugiava, lei con i suoi libri strapazzati, le pagine sottolineate e con le orecchie. Fu mia nonna a insegnarmi, e io imparavo presto, tanto che fu gridato al miracolo quando a cinque anni fui in grado di leggere qualsiasi cosa senza esitazioni. Mi sentivo importante e felice di poter accedere a quel mondo, e imparai a scrivere. Le parole scritte mi permettevano quel tempo a me indispensabile per spiegare, per esprimermi.
Quando arrivai in prima elementare la maestra insegnava a leggere le vocali alla lavagna. Bisognava riempire pagine di quaderno, due pagine per la a, due pagine per la e, e così via. Mi annoiavo, mi distraevo, mi guardavo in giro, osservavo il volto serio e talora abbattuto dei miei compagni, fantasticavo storie su e con loro. Lei se ne accorse e mi mandò dietro la lavagna, in punizione per una settimana!, strillò. Sento ancora lo sguardo severo di quella vecchia maestra su di me mentre percorro lo spazio tra me e la cattedra, avevo provato a guardarla negli occhi, sperando di riuscire a trovare le parole per spiegare, ma lei strillò ancora più forte, abbassa la testa!, gridò, e io lo feci. Ci rimasi quasi una settimana. Stavo in piedi per tutte le quattro ore, ogni mattina. Ogni tanto piangevo, in silenzio, ché nessuno mi sentisse e mi vedesse. A casa non osavo dire nulla, temevo l’intransigenza di mio padre, ma ancor più paventavo che mia madre andasse a scusarsi con quell’orribile vecchia. E così ogni mattina entravo in classe e andavo dietro la lavagna.
Poi un giorno la salvezza. Era una supplente graziosa e bionda, l’orribile vecchia si era ammalata. Entrando in classe mi aveva trovata in piedi dietro la lavagna e mi aveva domandato cosa ci facessi lì. Io non osavo parlare, temevo che qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stata quella sbagliata, ma uno dei compagni lo disse al posto mio, è sempre distratta, disse. La supplente mi chiese se fosse vero, io feci sì con la testa. La supplente mi mandò al posto, mi guardava incuriosita. Perché non vuoi leggere?, mi domandò a bruciapelo. Io so leggere. Sentii le parole che mi uscivano dalla bocca prima che io avessi pensato alla risposta. Uscirono tutte d’un fiato, e me ne pentii subito, perché la supplente fece un sorrisetto ironico e mi chiese di leggerle qualcosa, dunque. Io aprii il libro e lessi. Lei fece un altro tipo di sorriso, stavolta incredulo. Mi chiese di leggere un’altra pagina, io lo feci. Mi portò un altro libro, lo aprì a caso e disse, leggi, e io ubbidii.
Venne fuori tutto, dei giorni passati dietro la lavagna, del fatto che io sapessi leggere, a scuola mi fecero molti complimenti, il preside, la supplente e perfino l’orribile vecchia sadica al suo ritorno (me la fece pagare, l’orribile vecchia, ma questa è un’altra storia).
A casa mio padre si arrabbiò perché non avevo reagito e mia madre andò a scusarsi con la supplente.

Ero magretta, da bambina, e molto anemica, mi facevano tutti i giorni delle orribili e roventi punture. E poi c’era quella malattia, che ogni tanto mi portava via dal mondo e mi spaccava il cuore, lo stomaco, la testa, il corpo tutto. Nessuno la chiamava per nome, come fosse una cosa brutta, da non dire. Si chiamava epilessia, quella cosa che nessuno nominava, e mi faceva male, mi sconquassava, esplodevo come avessi una bomba dentro, nella pancia e nel cervello. E avevo paura, paura di tutto.
Non riuscivo a spiegare mai nulla di quello che sentivo, tantomeno delle mie paure che gli altri non capivano. Non riuscivo mai a dire alle persone ciò che avrei voluto dire, eppure ne avevo un sacco di cose, da dire. E allora succedeva così, che non le dicevo affatto ma le scrivevo. Cominciai molto presto, scrivevo decine di lettere a tutti coloro che facevano parte della mia vita, lettere cariche d’amore, di richieste, di sfogo, lettere di rabbia, lettere di ogni tipo.
La lettura innanzitutto e la scrittura poi sono state per me un rifugio e un modo per camminare allo stesso tempo. Scrivevo per bisogno, ma anche per rappresentare quella realtà da cui spesso tentavo di fuggire. Leggevo e scrivevo per necessità di fuga e di ritorno. I libri mi insegnavano molte cose e questo lo capivo, non mi hanno tradito mai.

Ho incontrato molti libri e molti autori che mi hanno aiutato a orientarmi. Una delle prime cose che ho capito è che val la pena di leggere di tutto, così capisci quello che non ti interessa e aggiusti il tiro, è importante anche imparare a leggere.
Petrarca ha detto che i libri ci danno un diletto che va in profondità, e credo sia questo il punto, leggendo ti metti davanti a uno specchio, sei tu in quella storia, in alcuni aspetti dei personaggi ti riconosci, anche in quelli che non ti piacciono, quando lo capisci stai crescendo.
I primi autori furono la Alcott, la lessi in un paio di giorni, avidamente, volevo sapere come sarebbe andata a finire quella giovane scrittrice in erba, l’intramontabile Jo. Poi lessi Twain, rapita dall’avventura, Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, ricordo che quest’ultimo mi piacque più del primo. Scoprii la poesia della Dickinson, mi innamorai della Austen e delle sorelle Brontë.
Lessi Harper Lee. Me lo regalarono dopo in seconda media, il romanzo Il buio oltre la siepe, che mi colpì per il senso di tragedia che lo pervadeva, e per la forza che aveva Scout nell’affrontare l’ignoto, per le domande che si faceva. Quel romanzo mi suggeriva di fare i conti con la mia paura.

Nell’adolescenza arrivò Rilke, e un giorno trovai tra gli altri suoi un libro sottile, una delle sue opere in prosa. Era un libro di mia madre. Si trattava di Lettere a un giovane poeta, ricordo di averlo divorato, sentivo che parlava a me, proprio a me, erano le parole che mi aiutavano a trovare fiducia e senso ogni volta che li perdevo:
Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto prima che accada.(…)
Il futuro sta fermo, caro signor Kappus, ma noi ci muoviamo nello spazio infinito.
Rilke medicava la mia solitudine, se ne prendeva cura e la cullava, dando un significato a tutto.
Penetrare in se stessi e per ore non incontrare nessuno. Essere soli come s’era soli da bambini, quando gli adulti andavano attorno, impigliati in cose che sembrano importanti e grandi, perché i grandi apparivano così affaccendati, e nulla si comprendeva del loro agire e grandi. (…)
Pericolose e maligne sono quelle tristezze soltanto, che si portano tra la gente, per soverchiarle col rumore. (…)
Le opere di Shakespeare erano invece di mio padre. Diventarono il mio pane quotidiano. Si trattava di un’edizione preziosa, la sfogliavo con riguardo e ricordo con che entusiasmo scoprivo la semplicità e la complessità dell’animo umano, riflettevo sulle origini del male e del bene, sull’umana tragedia e commedia insieme, sui suoi personaggi densi di sentimento e di incertezze e che spesso tali rimangono, poiché non ci sono risposte certe e assolute. Mia nonna mi fece scoprire la Ginzburg e la Morante, e dopo vennero Pavese, Moravia e Pasolini, e i grandi scrittori americani, Anderson e Faulkner, Flannery O’Connor.
Se i libri mi proteggevano creando una tana tutta mia, mi davano anche la forza di uscire dal mio guscio a incontrare il mondo. Dalla lettura è nata la mia osservazione degli altri, l’ascolto, la passione e la curiosità che ho per le persone. I libri mi hanno spinto a fare dei viaggi in modo più intimo, di recarmi in luoghi dove forse non sarei andata, chissà, o magari con tutt’altro spirito.
L’incontro con Laura Bosio è stato importante, decisivo, per il modo che ha lei nell’avvicinare la scrittura, che è lavoro duro e complesso, lascia spesso dubbiosi ma più consapevoli, ma il dubbio può diventare il nostro migliore alleato, come ci ricorda Rilke. Laura Bosio è per me la maestra che mi ha fatto capire ancora di più cosa significasse per me scrivere, colei che mi ha dato forza ed entusiasmo, che mi ha insegnato cosa sia davvero la pagina (quante volte ne abbiamo parlato, quante volte l’ho ascoltata, attenta e felice), come raggiungere il lettore, quando occorre saper rinunciare a qualcosa e quando invece si deve perseguire uno scopo con decisione, per trovare le parole giuste e tradurre, interpretare, inventare la propria personale esperienza.
Adesso le mie letture sono diverse, certi classici dell’adolescenza sono tornata a leggerli perché mi hanno insegnato molto e continuano a suggerirmi nuovi incanti, nuove strade da percorrere.
Se da bambina scrivevo per la paura di dire, ora qualcosa è cambiato, scrivo per cercare e scrivo perché ogni volta che lo faccio succede qualcosa di straordinario nella mia vita. Scrivo per mettere ordine ma anche per buttare tutto all’aria, perché per me la scrittura è una continua ricerca. E spesso racconto le storie di chi si sente solo o diverso.
[Cioè, alla fine, scrivo sempre un po’ di me.]

La mia formazione di scrittrice? Penso sempre di essere all’inizio.
Avida di buoni maestri e di consigli, vado avanti.

Claudia Priano

 

A Very Short story



A Very Short Story 



La memoria dell'acqua

Dio mio, quanto gli puzzavano i piedi a quello lì ieri sera...


Luca
10 Giugno 2014

3 giugno 2014

Ne siamo veramente sicuri?

Amore e amicizia

"Eppure ho la sensazione che questo sia uno di quei treni storici. Che passano una volta e poi non passano più. Chiunque dedica tanto lavoro e impegno alla sua passione meriterebbe di arrivare per tempo alla 'stazione dei treni storici'. Quelli che non è nemmeno detto che passino. Ma che, qualche volta, e questa forse, è una di quelle, arrivano ad alta velocità. Si fermano per qualche istante, ti aspettano un momento e poi se ne ripartono. Con o senza te. Lo studio, la determinazione, la ricerca e la caparbietà costanti fanno sì che, a un tratto, la stazione magica ti si presenti davanti. Prima ancora del treno. Prima ancora della fortuna. Allora se si è pronti, si può prendere coraggio ed entrare. Aspettare ancora. Ancora aspettare. Poi se quel treno che si vede in lontananza decide di fermarsi, allora salutare tutti e salirci sopra".

Il romanzo di esordio di questi due giovani autori lo possiamo riassumere in quella mezza pagina. Tutto riconduce alla caparbietà della ricerca e alla pazienza di aspettare. E a ognuno di noi spetta una stazione personale, diversa da tutte le altre, e un particolare treno che non è lo stesso per tutti. 
Chi aspetta il treno dell'amore, chi il treno del lavoro, altri aspettano e basta, consapevoli solo che prima o poi qualcosa cambierà.
E poi ci sono loro due, i protagonisti del romanzo Christian e Matteo.
Il primo rincorre un treno oramai perduto e lontano e il secondo invece, inconsapevole del suo presente, non riesce a scegliere, sui binari della stazione, quale dei due treni lo porterà a traghettare il canale della vita.

Insieme gireranno l'Italia delle canzoni, alla ricerca dei veri protagonisti della nostra gioventù. E così incontreremo Chicco e Spillo in una Bologna moderna e attrezzata, Sally oramai emigrata nella vecchia Firenze, Anna e Marco ancora innamorati e inseparabili, e Alice sempre misteriosa e impalpabile che difende i suoi anni e la sua coscienza.
Alla fine, in un convulso finale, i conti verranno pareggiati e ogni treno riprenderà il suo cammino carico di personaggi e storie, racchiuse in zaini riempiti di vita e di memorie.

Buona lettura e buon ascolto

Luca
 
 
 

31 maggio 2014

Storie (non) comuni di noi Vet

Volentieri pubblico il racconto di un mio collega.
Non amo molto raccontare del mio lavoro e delle esperienze, a volte toccanti, della nostra quotidianità ma in questo caso faccio un'eccezione.
Standing ovation caro Gigi 

Io e Giorgio

di Luigi Venco





Ci andavamo spesso. Oddio non spesso. Più o meno una volta l'anno. 
Io lo accompagnavo volentieri. Il posto non è che sia un granché. Un po' algido e con un odore di fondo che non mi piaceva. Ma la gente era simpatica, anche se vestiti tutti allo stesso modo. 
Lo vedevo sorridere e scherzare, e poi erano gentili con noi. Ci offrivano sempre un biscotto. Ma Giorgio non lo accettava mai. Forse per educazione. Non so. A me piacevano però. 
Da due mesi ci andavamo sempre più spesso. Lo accompagnavo, anche se non ne avevo voglia. Anche i biscotti non erano più gli stessi. E scherzavano meno. Forse perché ultimamente non mi va più tanto di mangiare. Anzi sono 4 giorni che non mangio. Sono stanco. Credo sia lo stress. 
Dovrei dare una regolata alla mia vita. Oggi, non mi sentivo di accompagnarlo. Ma l' ho fatto lo stesso. Si è alzato con gli occhi gonfi. Lo so perché. Ha pianto tutta la notte. E' gia successo, quando quella stronza che lo ha fatto soffrire è scomparsa. Anche allora mi riempiva di tenerezze. Ma dopo è stato ancora più bello. Io e lui soli.
Sono stanco... ho un po' di nausea. Come ieri. Ho tanto sonno. E quando lui parla con quello vestito come gli altri che c'era sempre le ultime settimane vedo una lacrima. Gli sta sicuramente raccontando della sua ex. Lascia stare Giorgio. Non devi soffrire. Non hai perso nulla. E poi ci sono io. Ci siamo noi.
Un pizzicotto. Il solito che mi danno. Si divertono così, lì. Ma non fa male. Io cerco di sorridere, anche se non ho tanta voglia. Giorgio sta male. piange. Poi mi prendono la mano. Me la stringono. Ma è Giorgio che sta male! 
Forse occuparsi di me è solo un modo per distrarlo. Sorrido dentro. Fuori non riesco. Sono stanco. Mi mettono una cosa strana nel braccio. Poi l'ultimo, il solito, arriva con una di quelle cose che usano i cuochi per guarnire con la panna. E' bianca. Ma non ho voglia di panna. Per fortuna non me la offre. Forse vomiterei. Ma la collega a quella cosa attaccata al braccio. Sono stanco. Giorgio piange. Cazzo pensate a lui! Quella stronza non può farlo soffrire così tanto, dopo così tanto tempo. 
Sto per dirlo... ma ho sonno, sono troppo stanco... sento che sto per addormentarmi. Scusami Giorgio... appena mi svegl...

31 Maggio 2014

25 maggio 2014

Una risposta che non c'è

Possiamo farcela?

Due sono i titoli, involontariamente suggeriti dal mio amico e collega Beppe Iardella -un livornese doc dissacrante e canzonatorio-  di cui vi parlerò oggi. E quale giorno migliore di oggi per parlare di argomenti etici e morali, di nuove generazioni -emergenti e aggressive- e di vecchie mummie -riesumate e da cremare in via definitiva-.
Due titoli che all'apparenza sembrano correre su binari paralleli ma che in realtà, a mio immodesto parere, si allontanano da subito a velocità siderali. 
 Baricco, ne I barbari, ci spiega la storia di come siamo arrivati a questa sorta di annientamento dell'individuo storico che è rappresentato dalle generazioni dei trentenni fino ai nuovi vecchi dei mezzo-secolisti.  Ci spiega come la nuova corrente giovanile di "navigatori" superficiali ha fatto cadere la muraglia di cultura e di storia che per secoli l'uomo si è avvalso per condurre una vita decorosa e degna.
Baricco da risposte continue, spiegazioni e a volte giustificazioni fino ad arrivare al capitolo finale dove, con una virata improvvisa ci spiazza e con un gancio fatale e violento ci pone la domanda che mai vorremmo ci fosse fatta: ce la faremo a guadare il fiume nell'unica direzione possibile e senza voltarci indietro?
Serra invece, con una tecnica contraria ma di non minor effetto scenografico, parte da domande intime e indiscrete fino ad arrivare alla certezza salvifica di un passaggio di testimone generazionale ottimista e senza alternative. 
Annoto due passaggi ad effetto, da I barbari.
"E' un viaggio per viandanti pazienti, un libro"... standing ovation.
"Non c'è mutazione che non sia governabile. Abbandonare il paradigma dello scontro di civiltà e accettare l'idea di una mutazione in atto non significa che si debba prendere quel che accade così com'è, senza lasciarci l'orma del nostro passo. Quel che diventeremo continua a essere figlio di ciò che vorremo diventare. Tanto inutile è il ristare impietrito di tante muraglie avvitate su un confine che non esiste, quanto utile sarebbe un intelligente navigare nella corrente, capace di rotta e sapienza marinara. Navigare sarebbe il compito. Essere capaci di decidere cosa, del vecchio mondo, vogliamo portare fino al mondo nuovo." Illuminante.
Grazie Beppe

Buona lettura
Luca 

8 maggio 2014

Uno "spaghetti giallo" aglio, olio e peperoncino


C'è sempre una prima volta



"Non leggerò mai un e-book" mi ero sempre detto, troppo bello sfogliare le pagine di carta e accorgersi di girarne una di troppo sempre sul più bello.
Troppo forte l'odore di cellulosa che sale dai fogli stampati di fresco.
Bellissimo leggere libri già letti centinaia di volte da persone sconosciute e che lasciano segni indelebili al loro passaggio.


Questa volta però mi sono come autoviolentato e ho deciso di leggere questo file, questo romanzo giallo che un amico mi ha suggerito sottovoce. 
Sono andato sul sito di Amazon e pagando una cifra irrisoria mi sono aggiudicato la possibilità di scaricare nella mia biblioteca telematica e completamente vuota questo romanzo di Dimitri Sodi Pallares, un esordiente.
L'incipit mi ha assolutamente coinvolto e in un paio di sere me lo sono praticamente bevuto. L'ispettore Rivolta, che mi ricorda vagamente Bordelli di un toscano verace Marco Vichi, viene coinvolto da una sua ex fiamma a indagare sulla scomparsa del suo attuale ragazzo, un somelier di una famosa casa vinicola lombarda. Il ruspante Ispettore mette in atto tutta la sua perspicacia e intuizione per arrivare a capo e a sgominare una pericolosa organizzazione di narcotraffico.
Un esordio quello di Dimitri che lascia spiazzati, quasi attoniti, per la bravura di descrivere i personaggi, le situazioni e soprattutto per la capacità di disegnare gli stati d'animo e i travagli interiori dei protagonisti e dei loro fidi.
In molti tratti è possibile leggere una ironia spassosa, una autobiografia disarmante e la descrizione perfetta della nostra amara Società.
Voglio dare senza mezzi termini il massimo dei voti senza però nascondere alcune perplessità.
L'uso eccessivo, e a volte inspiegabile, delle parentesi rallenta  una lettura agevole e spassosa che, al contrario, diventerebbe eccelsa e direi perfetta.
Ogni Ispettore che si rispetti porta con sé un travaglio interiore, una moglie fedifraga, una separazione violenta, una morte inaspettata. Quella di Rivolta, che nelle righe si percepisce, non viene trattata come si deve o come dovrebbe avere il diritto di essere spiegata. Al lettore il conflitto interno piace, ci si immedesima, gli ricorda qualcosa di già visto e vissuto e lo vuole rivivere con il massimo del patos.
Lo scrittore mi perdonerà l'ardire ma lo rassicuro sulla mia totale buonafede e nella speranza di poterlo un giorno abbracciare lo saluto cordialmente: 
AUGH GRANDE VET.    

POTETE ACQUISTARLO  QUI  

Luca

2 maggio 2014

Mission

Mission

Non c’era molto tempo, i minuti erano contati.
L’avevano prelevata con forza dal piccolo monolocale che le era stato concesso dopo la meticolosa preparazione e un attento addestramento.
I minimi dettagli erano stati chiariti e tutte le possibili strategie erano state definite. La ”mission” doveva essere portata a termine senza nessuna possibilità di fallimento.
Era stata preparata per avere il massimo delle possibilità di riuscita e nessun altro risultato doveva essere preso in considerazione.
Era una questione di principio e all'attivo c’erano già ottimi risultati.
Era stata forgiata per penetrare e scivolare dietro le linee nemiche senza essere vista, con eleganza e senza tanto clamore.
Una mano amica l’aveva accompagnata nel luogo stabilito e senza dilungarsi troppo l’aveva spinta in un angusto androne nella parte bassa della città. “Tieni duro ora” erano state le uniche parole che le aveva detto la sua accompagnatrice, quasi bisbigliandole, come un suggerimento o come un monito, questo non le fu molto chiaro.
Il corridoio era molto buio e un acre odore le penetrò nelle narici.
Un caldo umido e potentissimo  le stava stringendo la gola e il sudore cominciava a calarle dalla fronte oramai bagnata. Questo era il segno che la sua “mission” era iniziata.
Voci confuse nelle stanze accanto le diedero  il definitivo segnale che doveva fare presto, doveva iniziare a muoversi per minare le difese del nemico oramai colto di sorpresa.
Man mano che avanzava le voci si facevano meno confuse, più chiare. Sì, oramai mancava veramente poco all'epilogo finale. Avanzò ancora lentamente, con circospezione. Il calore la stava sciogliendo come neve al sole.
Capì che presto sarebbe finito tutto quando distintamente sentì la parola d’ordine che durante l’addestramento le avevano insegnato, avrebbe messo fine alla sua personale battaglia:
“Mamma, ma quanto ci mette la supposta a fare effetto?”
“Una mezz'ora, minuto più, minuto meno”

20 febbraio 2014

Un male necessario

Una malattia inventata

E' così che viene normalmente definita la vecchiaia: un male necessario. Forse per molti ma non per Bartolomei che in questo suo secondo romanzo ci descrive la senilità come una patologia inventata da medici incapaci e da giovani irriverenti. L'autore la descrive nello specifico solo come uno stato in cui si restringe il raggio d'azione. Un'idea fulminante e geniale, un po' come tutti i suoi romanzi (vedi il precedente post,  L'antieroico Peter Pan).
La storia è semplice e tenera, amara e divertente come una continua serie di gags superlative. Un gruppo di anziani, tenuti insieme da lontani ricordi partigiani e da un'amicizia che non teme soluzioni di continuo, mette a punto, dopo una serie infinita di tentativi, un piano diabolico e affascinante per il rapimento di un noto esponente politico. Un piano che prevede oltre a una agilità sportiva di assoluto rispetto una tempistica e una logistica degne delle più efferate associazioni criminose. Durante la preparazione meticolosa del progetto però, riaffiora dalla memoria di Angelo (uno dei protagonisti) l'amore mai corrisposto per una delle "ragazze" della banda.
Il finale è esilarante, tenero e amaro allo stesso istante e ci fa chiudere l'ultima pagina quasi come fosse un diario da custodire gelosamente.
Due le frasi che mi hanno emozionato.
"Questo bisogna fare con la donna della propria vita, bisogna farla camminare, tenerla viva, alimentare la speranza che ci sia un posto in questo mondo nel quale la vecchiaia, come lei l'ha sempre immaginata, non esiste. E farle sentire che è lì che state andando, mano nella mano"
E ancora "E' bello addormentarsi pensando a qualcosa di piacevole, pensando che c'è un domani che ti aspetta, tanto per cominciare." 

Vi consiglio questo link, una canzone da ascoltare a occhi chiusi:


Buona lettura

Luca



 

19 gennaio 2014

L'antieroico Peter pan

Un Peter Pan dei giorni nostri

 Mi ha suggerito questo straordinario autore il mio fisioterapista di fiducia, che fra un massaggio alla cervicale e uno ai piedi mi parla di libri e di autori come un letterato d'altri tempi.
Ho iniziato con "Giulia 1300 e altri miracoli" e mi sono talmente divertito che ho deciso di leggere anche l'ultimo "We are family", lasciando la lettura dell'altro lavoro (La banda degli invisibili) a quando la mia bibliotecaria del cuore riuscirà a trovarmelo.
Non posso comprare tutti i libri che voglio, andrei in rovina anche se da adesso posso portarne in detrazione l'acquisto.
We are family (che riprende la canzone delle Sister Sledge degli anni '70) è l'inno dei Peter Pan moderni, è il libro cult che ogni genitore dovrebbe leggere quando decide di mettere al mondo una creatura, la Bibbia sul comodino da leggere un capitolo alla volta prima di addormentarsi, è il saggio dei moderni politici che intendono trasformare questo Paese immobile e stantio scartando ed escludendo un parco macchine umano oramai logoro e colluso.
Una trama geniale e una scrittura all'avanguardia mettono la Famiglia Santamaria al centro della sceneggiatura. I coniugi Mario Elvis (fan del noto cantante rock degli anni cinquanta) e la moglie Agnese, con i figli Al (ragazzo prodigio e geniale) e Vittoria sono da sempre alla ricerca della loro "casa promessa" che riescono ad acquistare grazie a un mutuo ventennale. In realtà è un semplice magazzino abusivo, costruito su una zattera di cemento semovente, senza pareti, elettricità, porte e finestre. I loro sogni però, le loro speranze e aspettative si scontrano ogni giorno con la sfortuna, con la crisi, con la cecità delle amministrazioni pubbliche. La genialità di Al e la maternità della sorella Vittoria riescono però a dare una svolta alle loro vite con la costituzione del Principato di Santamaria (un unico stanzone di novanta metri quadrati) e con il conio della moneta circolante, l'Elvis, con cui riescono a pagare la rata del mutuo durante l'assenza dei genitori che partono dopo diciotto anni per il loro unico viaggio di nozze.
La famiglia al centro del romanzo, accompagnata dai sogni e dalla volontà. Un centro gravitazionale dove tutto è possibile, dove tutto si può fare a patto che si abbia come fine ultimo, solo e unicamente, il bene dei bambini. Questo deve essere l'unico vento che sospinge i nostri pensieri e le nostre azioni, l'unica spinta che dovrebbe muovere i nostri politici e i nostri amministratori nelle funzioni dei loro mandati che i Cittadini gli hanno derogato.
E' il Criterio Regolatore che dovrebbe muovere il mondo: quello che sto facendo può portare un beneficio ai bambini?
Geniale poi la teoria della Neocolonizzazione Responsabile, l'unico metodo morale ed etico per risolvere un problema che nessuno vuole risolvere, a partire dagli uomini di colore che "presidenziano" comunità potenti di spessore mondiale.
Fantastico poi il passaggio sull'amore:
"Cosa significa per te 'amore'?" domanda Roberta ad Al
"Significa che non ho dubbi, che tutte le domande hanno la stessa risposta. Chi Voglio? Te. Cosa voglio fare? Te. Dove vopglio andare? Te. Cosa voglio mangiare? Te." 
Standing ovation caro Fabio, casomai leggessi queste quattro righe, ti mando un messaggio di amore e di fratellanza:


Buona lettura a tutti

Luca 
 

24 dicembre 2013

Babbo Natale, la Befana e l'amore del mondo

Babbo Natale, la Befana e l'amore del mondo

- Sei grande figlio, ed è giusto che tu sappia tutta la verità -
- Dimmi papà - rispose sconcertato e curioso
- Babbo Natale non esiste -
- ... -
- Era sempre lo zio che si travestiva con la barba e con la balla dei regali, e tu non te ne sei mai accorto -
- Non è possibile - rispose tra le lacrime - ma lui è in debito con me... quella volta che mi ha regalato la macchina dei pompieri senza pile e ho dovuto aspettare tre giorni per vederla funzionare... e quella volta che ho chiesto Big Jim e mi ha portato l'allegro chirurgo... - le lacrime scendevano copiose dagli occhi lucidi e mortificati.
- No, non è possibile, stai scherzando vero?
- No, è la dannata verità -
- Sì, certo, e poi mi verrai a dire che non esiste nemmeno la Befana e che non è vero che a Natale ci vogliamo tutti più bene, vero? -
- E' così, è tutta un'invenzione dell'uomo, purtroppo. Mi sembrava giusto dirtelo, visto che hai appena compiuto cinquant'anni... ma devi promettermi che non lo dirai a nessuno dei tuoi figli -
Un abbraccio poderoso strinse per sempre quel tacito accordo.